Le seguenti pagine sono il frutto degli interventi tenuti da Sandro Cancian, Stefano Lapel e Roberto Foglietta alla serata metodologica per le Pattuglie Regionali del 21 gennaio 2002. Ai Cantieri L/C, Indaga E/G e Botteghe R/S del 2-3 marzo 2002 viene distribuito e compilato dai capi presenti un questionario allo scopo di permettere alle pattuglie una elaborazione comune. Il 7 aprile 2002 Roberto Cociancich parlerà in Assemblea Regionale per fare il punto della situazione sullo scouting oggi. Alla fine di questo percorso pubblicheremo degli atti per rendere disponibile tutto il materiale prodotto.

 

 


a cura di Sandro Cancian

Scouting = fare cose scout (esplorare)

BP dice: “L’opera e la qualità dell’uomo del bosco, dell’esploratore, del cacciatore, del pioniere, dell’uomo di frontiera”

L’opera = il fare = l’esplorare = CERCARE DI CONOSCERE (esplorare se stessi, gli altri, il mondo, Dio)
La qualità = il saper essere = la coscienza = I VALORI (verità e bene)

Cercare di conoscere i valori... di cosa, di chi?
Dell’uomo del bosco: (che non è il boscaiolo) ma colui che sa vivere nel bosco (confronta le storie della giungla e del bosco) scoprire e conoscere: gli ambienti, la natura, le sue relazioni, leggi, il creato.
Dell’esploratore: (pioniere, cacciatore) la curiosità, la scoperta, la conoscenza, ricerca (di sé, di Dio, del territorio, del mondo)
Dell’uomo di frontiera: la vedetta, quello che guarda lontano... il guardiano, colui che guarda oltre le cose, che scopre itinerari e modalità nuove.

 

Per la branca LUPETTI E COCCINELLE

La Giungla e il Bosco

Lo strumento principale per educare all’interdipendenza tra pensiero ed azione è lo “scouting”.

Il primo esempio di scouting per il Lupetti e le Coccinelle c’è nell’Ambiente Fantastico, nei vari personaggi che esplorano se stessi, gli altri, il mondo e Dio nel loro cammino nella Giungla e nel Bosco (Mowgli, Cocci) (e tutti gli altri).

In Giungla e Bosco troviamo tutto il percorso dell’esploratore: dalla scoperta alla conoscenza, alla competenza, alla responsabilità (verso il Popolo Libero, come scoperta, conoscenza e responsabilità della dimensione politica)
(il Fiore Rosso scouting di uomini)
(la caccia di Kaa scouting di Legge)
(la corsa di primavera scouting di sé e del futuro)
(l’ankus del re scouting sull’avidità dell’uomo)

L'Attività Natura

Art. 28 del Regolamento - L’attività natura è finalizzata alla scoperta dell’ambiente naturale, in primo luogo quello a diretto contatto con i bambini. Essa si realizza attraverso il rapporto fisico ed emotivo con ogni suo componente, educando al gusto per le cose belle e allo stupore per il meraviglioso, attraverso l’osservazione delle differenze, il coinvolgimento dei sensi, allo scopo di contemplare e comprendere il senso più vero dei suoi equilibri, dei suoi ritmi, delle sue dinamiche, consentendo ai bambini di fare proprie le norme basilari di un corretto comportamento nella natura.

Perché esplorare e conoscere (fare scouting) nella natura in branca Lupetti e Coccinelle??

(in un percorso di osservazione deduzione azione)

(educazione alla conoscenza)
metodologia attiva: fare nell’ambiente, sporcarsi, giocare all’aria aperta, osservare, conoscere.

(educazione all’adattamento)
vivere bene e tendere al meglio nel rapporto con l’ambiente, abituare i lupetti e coccinelle a stare “bene” nella natura, prendere confidenza.

(educazione al comportamento)
non nuocere, sapersi muovere a proprio agio e in sicurezza, giochi di simulazione, giochi e attività sul rispetto.

(educare alla responsabilità)
fra intenzionalità umana e determinismo animale (giungla) capacità di trovare soluzioni ai problemi, giochi e attività su: l’ambiente è mio e lo gestisco io.

(educazione alla partecipazione per il cambiamento)
imparare le regole, individuare le possibile vie del cambiamento, attuarle.

 

Alcune piste di lavoro

  1. SCOPERTA dell’ambiente naturale
    COMPETENZA nel viverlo
    RESPONSABILITA' nel gestirlo

    Scoprire, vivere e gestire l’ambiente naturale in ogni stagione, in ogni tempo, con ogni tempo. Scoprire e ritornare con frequenza agli elementi naturali. NON usare un bosco per fare un gioco ma pensare un gioco per entrare e scoprire il bosco.

  2. USARE la natura, UTILIZZARE l’ambiente: tornare ai materiali naturali, poveri, essenziali, giocarci dentro con quel che ci offre, capire e sperimentare il riutilizzo.

  3. SCOPRIRE AMBIENTI DIVERSI: ruscello, fiume, stagno, mare, bosco, prato, campagna ,rovi, spini, ambiente selvaggio e ambiente costruito. Saperli leggere e confrontare per trarre deduzioni e saggezza.

  4. CONOSCERE E OSSERVARE: saper aprire gli occhi sulle piccole e grandi cose, interessarsi e imparare dai meccanismi ambientali, conoscenza è preludio di amare; osservare dedurre agire.

  5. RISORSE e il loro uso corretto: “Raccogliamo solo ciò che ci serve per vivere. Non un seme di più. Perché quel che non ci serve non ci appartiene”. È l’abitudine all’essenzialità, contro lo spreco, per una distribuzione più equa delle ricchezze.

  6. RISPETTARE: capire il valore vero delle cose e imparare ad amarle e difenderle, attenzione alla pulizia non solo dalle immondizie, ma aria, acqua, rumore, esagerazioni, abusi.

  7. GUSTARE: fermarsi ogni tanto anche se non è previsto dal programma di attività per scoprire,osservare, gioire di quel che si vede, si sente, si annusa, si tocca: giocarsi nell’ambiente con i cinque sensi.

  8. RAPPORTO UOMO NATURA: far scoprire come e dove l’uomo è in sintonia e in rapporto corretto con la natura e noi dove ci collochiamo, e quali i possibili miglioramenti da fare e quali gli atteggiamenti da tenere.

  9. NATURA E CATECHESI: la creazione, il gusto del bello ad immagine di Dio, la lode per il dono che abbiamo ricevuto, la scoperta del mistero, tutti i simbolismi: acqua, fuoco, seme, terra, vite, sale, luce, giorno, notte, vita, morte. La legge di Dio e la legge della natura come creazione di Dio.

 

L'attività di abilità manuale

Attualmente i bambini non hanno occasioni per sperimentare e creare qualcosa con le proprie mani. Molto spesso anche i loro giochi sono virtuali, non richiedono uno sforzo di creatività né un diretto coinvolgimento. Nel B/C invece si vive una comunità che impara facendo. L’abilità manuale va trattata come si trattano due fidanzati che si dicono: “Ti amo” “oggi più di ieri e meno di domani” e così l’abilità manuale dovrebbe essere vissuta nello scoutismo (prima dai capi) (troppi universitari)
La capacità, la creatività, il gusto del bello, del ben fatto, del finito va giocata in B/C.

Sul regolamento c’è scritto che anche le attività a tema e i lavori di gruppo fanno parte dello scouting, a mio avviso molto meno dei precedenti, anche se ci si può infilare molta manualità, creatività, intenzionalità.

Alcune condizioni per fare scouting nella natura:

  • Ricercarne le necessità reali, non i bisogni indotti dal mercato, necessità sia materiali che morali che spirituali. Nello scouting non c’è niente... in più... e quindi non c’è un modo superfluo di stare con e tra le cose.

  • Provare fatica come condizione di progressiva penetrazione nelle attività di esplorazione (oggi difficile)

  • Imparare il silenzio e la contemplazione perché offrono la possibilità di cogliere i sentimenti della natura e le riflessioni degli uomini che ci lavorano. È l’ascolto! È l’osservare!

  • Condividere e ringraziare per ciò che ci è messo a disposizione (il rispetto, l’uso giusto)

In fondo è:
SCELTA POLITICA: “lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato”.
SCELTA DI FEDE: “laudato sii, mi Signore, per tutte le tue creature, fratello..., sorella...”.
SCELTA SCOUT: “la Giungla si muove, il tempo della Parlata Nuova è vicino, quella foglia lo sa, che cosa bella”.

Per finire:
  • centralità dell’atteggiamento del capo
  • Attenzione, capacità di far cogliere il significato delle esperienze vissute
  • Amore per l’ambiente e per la natura
  • Saper cogliere e trasmettere la poesia del creato
  • Un po’ (tanta) di competenza tecnica
  • Il guardare lontano nel futuro

  • a cura di Stefano Lapel

    Qual è il ricordo più forte, quell’attività, quell’occasione che ogni volta in cui viene evocata assume nuove dimensioni, nuovi particolari, spesso fino a trasformarsi in mito? Per uno scout che abbia vissuto l’esperienza del reparto sarà molto probabilmente quello splendido tavolo di squadriglia che ha resistito al collaudo dei capi, quel mitico hike, durante il quale era difficile distinguere l’emozione e lo sconcerto per aver perso la traccia dall’orgoglio di non aver mollato, di esser comunque riusciti a raggiungere la meta…

    Non so a quale livello sia stata la vostra preparazione e forse neanch’io sono capace di valutare obiettivamente quale fosse la mia, ciò nonostante in quel momento quello che contava era il fare l’esperienza, affrontare quello che per noi era l’ignoto, l’imprevedibile, con le nostre sole forze, era il mostrare agli altri, ma soprattutto a noi stessi, che eravamo in grado, di superare ogni difficoltà per raggiungere l’obiettivo. Non so nemmeno farmi un’idea di quanto i miei capi fossero o meno consapevoli del valore educativo e di tutte le altre possibili implicazioni dell’esperienza che mi facevano vivere.
    Io, tuttavia, percepivo da parte loro un sentimento sincero, ero sicuro che anche loro credessero a quello che mi proponevano ed ero pure convinto che credessero in me. A me affidavano un compito difficile, in me riponevano la fiducia sapendo che l’avrei portato a termine. Penso fosse la prima volta che mi sentivo veramente responsabile di qualcosa, fosse anche solo di me stesso. Nei due giorni dell’hike la mia stessa vita era riposta nelle mie mani, le scelte erano soltanto mie e ad ogni decisione presa mi rendevo conto che sarebbero seguite le relative conseguenze.

    Il mio scoutismo probabilmente non è stato un esempio di fedeltà metodologica, era un periodo in cui si “contestavano” molte cose come l’uniforme, le cerimonie “da parata”, il modo di vivere la fede, ma è stato senza ombra di dubbio uno scoutismo dell’essere. Anche se l’istruzione tecnica era “ballerina”, pur conoscendo poco la topografia, facevamo un sacco di uscite e pernottamenti, di reparto, di squadriglia, con ogni tempo: forse non conoscevamo molti nodi ma ci appassionava costruirci l’angolo al campo e piantare la tenda sotto la pioggia; non eravamo forse molto convinti della proposta di fede ma ci siamo sempre impegnati ad animare la liturgia con il nostro complessino musicale.
    Ognuno di noi porta dentro di sé, impresse con caratteri indelebili, le storie, i ricordi, le sensazioni di avventure vissute realmente, che hanno contribuito, nostro malgrado, a farci progredire, apprendere, sbagliare, in poche parole a formare il nostro carattere. Ripensando criticamente alla mia esperienza di reparto devo ammettere che si difettava, in generale in competenza. Il nostro era un modo di vivere lo scouting in maniera un po’ approssimativa, di positivo c’era però che si viveva effettivamente all’aria aperta, in squadriglia, divertendosi ed entusiasmandosi per quelle attività che formano l’immaginario dello scoutismo delle origini. A che punto siamo, come vivono oggi lo scouting i nostri reparti? Sinteticamente si possono tracciare le seguenti linee riepilogative:

    • Le tecniche scout sono state utilizzate sin dalle origini del movimento sia come esca per i ragazzi sia per le loro intrinseche capacità educative (un capo reparto di qualche anno fa sostiene provocatoriamente che la vita all’aria aperta, l’organizzazione dell’attività in squadriglia, la responsabilizzazione dei ragazzi sono elementi che funzionano anche malgrado l’inconsapevolezza dei capi che le propongono);

    • È stato chiaro fin dall’inizio e BP lo afferma esplicitamente che le tecniche scout, la scienza dei boschi, dell’uomo di frontiera, sono il mezzo e non il fine,il fine è la formazione del carattere; sempre BP afferma “lo Scout dev’essere passabile in un salotto e indispensabile in un naufragio”;

    • C’è stato un periodo in cui sembrava che le tecniche fossero sufficienti a se stesse indipendentemente da tutto il resto. In molti casi lo scoutismo sconfinava in un tecnicismo esasperato;

    • In un momento successivo, in contrapposizione con il periodo precedente, si ritenne che, considerato che il fine era la formazione del carattere, le tecniche scout più classiche si potessero considerare superate e sostituite da altre attività apparentemente più incisive per la crescita dei ragazzi;

    • Accantonate le tecniche classiche ci si è trovati in una condizione di incertezza in cui non si sapeva bene quali fossero le attività più opportune da proporre. Nella maggior parte dei casi la scelta è caduta su attività di tipo più “culturale” sempre meno legate alla vita all’aria aperta e alla manualità, anche spinti dalla preoccupazione dei genitori per attività che potevano sembrare “pericolose”. I pochi che continuavano a proporre attività classiche lo facevano magari rubando il tempo alle “attività vere” creando durante le riunioni “l’angolino della fede”, “lo spot sulla pionieristica”, ecc. Si è passati dallo “scautismo dell’essere” a quello del “dire” o ben che vada a quello del “fare”. Si è convinti di saper fare una cosa soltanto perché la si è vista fare o si è letto da qualche parte come la si fa. Dalle responsabilità vere si è passati alle responsabilità fittizie. Quante squadriglie organizzano in autonomia uscite con pernottamento in tenda in zone che non siano sicure come il giardino del capo reparto? Evidentemente, per un capo sq, essere responsabili di “attività da oratorio”, entusiasma poco;

    • Da alcuni anni a questa parte abbiamo cominciato a perdere i ragazzi, non soltanto nei momenti in cui qualche defezione è fisiologica come ad esempio i passaggi di branca, ma soprattutto la tendenza riguardava gli ultimi anni del reparto.

    Cos’è successo? La diagnosi più probabile, avvalorata da studi e questionari eseguiti a vari livelli associativi porta proprio a questa aumentata sedentarietà, alla competenza acquisita ed esercitata a tavolino, alla comunità da aula scolastica e non da “zaino che ci spezza”. Solo a questo punto ci si è accorti del vicolo cieco in cui ci si è andati a cacciare. Pian piano è maturata la consapevolezza, come già qualcuno ha scritto, che “lo scoutismo da grande gioco è diventato un misero giochetto, e i giochetti dopo un po’ annoiano”. Vittime e carnefici di questa situazione sono assieme capi e ragazzi, entrambi impreparati e incapaci di rilanciare qualcosa che non conoscono e di cui non sanno apprezzare le vere valenze. Eppure quando i ragazzi partecipano a eventi stimolanti, ai campi di specializzazione, dove ogni attività è “scouting” anche se non prettamente tecnica, solitamente rispondono con entusiasmo.

    Che fare? Altri paesi hanno preferito modificare la proposta adeguandola alle attività più di moda trasformando lo scautismo in associazioni sportive o culturali in cui le attrattive per i ragazzi sono turismo, golf o equitazione. Siamo ad un bivio a cui penso che sia necessario trovare il coraggio di scegliere la strada in salita, con tutte le difficoltà che questo comporta (ma che soddisfazione una volta arrivati in vetta!). Senza dubbio i segni vanno in questa direzione: metodo e regolamenti non lasciano dubbi, l’associazione intende impegnarsi in questo senso. Non a caso l’ultimo convegno capi E/G, in preparazione al campo nazionale, ha approfondito anche questi temi, sembra che ci sia la voglia di riscoprire le tecniche e lo stile troppo spesso accantonati.

    Come muoversi? Un’iniziativa che sembra verrà proposta al prossimo consiglio generale sarà l’istituzione obbligatoria nei CFM di un modulo che tratti le tecniche scout e le loro valenze educative, si potrebbe anche pensare come sfruttare meglio le risorse già disponibili e poco utilizzate come stages tecnici per capi o simili iniziative organizzate a vari livelli.

    Alcune considerazioni finali:

    • Non c’è da preoccuparsi se le attività proposte sono tecnicamente superate (segnalazioni con bandierine, codice morse, ecc.). Per i ragazzi ai tempi di BP come ora, lo scautismo è un gioco che non ha bisogno della tecnologia avanzata, che dovrà essere sviluppata in clan dove la tecnica deve essere finalizzata al servizio del prossimo;

    • I capi devono essere convinti di quello che propongono. Se un capo ritiene di non disporre di conoscenze adeguate, non ne faccia una scusa per non trattare l’argomento. Non è per forza necessario che sia competente in tutte le tecniche, ma deve disporre di una buona conoscenza di base e dimostrare di essere anche lui interessato ad apprendere e a migliorarsi;

    • È importante educare se stessi e i ragazzi al gusto delle cose finite e ben fatte. Non c’è nulla di più avvilente e diseducativo che concludere un’attività o un’impresa in modo affrettato e approssimativo giusto perché bisogna finirla;

    • È necessario che le responsabilità dei ragazzi siano concrete e non cariche vuote;

    • È fondamentale essere credibili e coerenti, i ragazzi devono vedere che quello che si predica lo si mette veramente in pratica nella propria vita.


    a cura di Roberto Foglietta (testo non rivisto dall'autore)

    La generazione passata può definirsi più fortunata di quella attuale per quel che riguarda le problematiche relative all’educazione. Educare è stato più facile in passato. Uno dei nodi cruciali è quello di chiedersi chi sia l’adulto oggi visto che i momenti di passaggio non sono più ben definiti.
    È importante che la nostra azione educativa sia la conseguenza di nostri pensieri precisi, bisogna stare molto attenti a non agire senza chiedersi le motivazioni delle nostre stesse azioni.

    Mi domando:
    caliamo lo scautismo nel nostro ambiente, ma ci chiediamo cosa cambierebbe se mancasse?
    Che ci sia o che non ci sia quanto cambia? Molto?
    Fare lo scouting oggi che senso ha?
    Tocchiamo gli aspetti emblematici della persona?

    L’articolo 25 usa termini come: ignoto, esplorare, frontiera, e noi dobbiamo chiederci: “il concetto che hanno i ragazzi qual è?”. Se non lo sappiamo facciamo fatica a trovare l’esca. Possiamo ad esempio pensare che quello che noi definiamo come senso della frontiera potrebbe forse corrispondere,per i ragazzi, al loro senso di trasgressione? Facendo un altro esempio, pensando al senso dell’esplorazione a me viene immediatamente in mente la strada, invece un ragazzo potrebbe pensare prima ad una esplorazione virtuale.

    La natura e l’ambiente non sono patrimonio esclusivo dello scoutismo, ma un qualsiasi gruppo parrocchiale magari fa le stesse cose che facciamo noi all’aria aperta. Cosa resta a noi di caratteristico?

    I tre termini”Osservazione” “Deduzione” “Azione” possono essere visti come delle domande che danno senso al nostro operare:
    Osservazione: chi sono come persona in relazione al mondo. Che cosa succede nel mondo come dentro.
    Deduzione: rispetto a queste cose io che ruolo assumo? Qual è il mio compito?
    Azione: come intendo farlo?

    Dobbiamo anche chiederci:
    quali sono gli antagonisti degli strumenti del metodo hike, strada, deserto: che cosa combattono?
    Che cosa l’uscita e il challenge contrastano oggi?

    Concludo elencando alcuni stimoli di riflessione:

    • Senso di appartenenza: mi sembra manchi nelle comunità R/S il sentire che abbiamo fatto nostre delle scelte ed esperienze che ci uniscono.
    • Senso di concretezza: non solo lavoro manuale, ma che le azioni del clan provochino una reazione concreta nell’ambiente, scelta politica. Fare capitoli con grossi significati sociali non è sempre possibile ma non possiamo fare verifiche di comodo. Attenzione al mondo che ci domina.
    • Senso della fatica: ricordiamo sempre il significato spirituale che questo ha.

    Quello che salva lo scoutismo non è l’Hike, ma il nostro modo di viverlo, possiamo modificare gli strumenti ma non devono cambiare le finalità. Tutto ci deve interessare, utilizziamo il principio di don Dilani “I care”. Orecchie sempre attente ai fondamenti di quello che facciamo e anche le novità e a quello che succede.